Una esperienza irripetibile?
Quando sono in vena di fare complimenti, gli amici ‘profetizzano’ che, nel caso in cui abbandonassi la presidenza dell’Associazione, questa sarebbe destinata a scomparire perché nessuno sarebbe disposto a caricarsi di un peso così gravoso.
Sicuramente negli ultimi otto-nove anni ho dedicato all’Associazione tutto il mio tempo, senza distinzione di giorni feriali e festivi.
Questo mi è stato consentito dal fatto di essere “un ex lavoratore a riposo” (si fa per dire…), ma anche e soprattutto perché ho sentito in me il dovere di una mission (scusate la parola inglese, ma sembra meno retorica della corrispondente italiana). Quando succede, la strada è tracciata e non si torna più indietro. A quel punto, occorre però fissare un obiettivo e trovare gli strumenti per realizzarlo.
L’obiettivo era duplice: dare un contributo al miglioramento delle condizioni di vita quotidiana delle persone talassemiche e partecipare al finanziamento della ricerca scientifica sulla malattia.
Penso che l’Associazione Veneta abbia ottenuto qualche risultato non insignificante in entrambe le direzioni.
Ma questo è potuto avvenire per alcune scelte decisive. Innanzitutto, quella di aver privilegiato un tipo di organizzazione democratica, in cui tutti potessero trovarsi a loro agio, a prescindere dalle loro opinioni in qualsiasi dei campi in cui si esercita la libertà dell’uomo. E, in secondo luogo, di aver saputo creare all’interno dell’Associazione un clima di comprensione e di cordialità che ha consentito a tanti amici di lavorare serenamente e di dedicarsi toto corde a un lavoro impegnativo e stressante.
Non credo certamente di essere indispensabile e penso che chiunque voglia fare il volontario a tempo pieno e si proponga di rispettare le regole di una concordata convivenza, possa fare come me e meglio di me.
Mi rifiuto quindi di considerare irripetibile, anche dopo di me, l’esperienza dell’Associazione Veneta.
Anzi, sono addirittura convinto (mi sia consentita questa certezza dal momento che ho vissuto e sto vivendo una esperienza davvero insolita) che sarebbe auspicabile che potesse essere riproposta a livello nazionale.
Se è vero, come ogni tanto sentiamo dire, che c’è nostalgia di una Organizzazione che raggruppi tutte le associazioni del nostro Paese e se fosse vero che essa potrebbe portare a soluzione più rapida i problemi ancora insoluti del mondo talassemico, ebbene mi sento di poter tranquillamente dire che l’esperienza dell’AVLT dovrebbe essere tenuta presente e possibilmente ripetuta.
(“EX”, dicembre 2003)
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