"E’ mancato un “gruppo dirigente” e … manca tuttora
Non gli si poteva certo chiedere di avere in un cassetto un master in “organizzazione aziendale” conseguito ad Harvard o in altra illustre Università. Erano soltanto genitori di bambini ammalati di talassemia, anche se molti erano diplomati o laureati e probabilmente anche affermati nel loro campo professionale. La maggior parte era però sicuramente senza esperienza di associazionismo e ignara quindi delle regole che ne presiedono al funzionamento. Ma sfortuna volle che l’occasione non offrì, magari a pochi, lo spunto per diventare dei leaders e per esercitare con autorevolezza un ruolo che sarebbe stato necessario e la cui assenza si fece sentire nel tempo e portò poi allo sfascio finale.
Sto dicendo che le associazioni dei talassemici italiane, che negli anni Settanta erano nate numerosissime in tante parti d’Italia, non avevano saputo esprimere, in campo nazionale, un “gruppo dirigente”, ossia un insieme di persone con una visione comune e chiara sulle cose da fare, capace di concentrare su pochi punti nodali un’azione concertata ed efficace.
Molto velleitarismo dominò la scena, si immaginarono improbabili presenze in tutte le parti d’Italia per risolvere i problemi locali, si spesero molte energie in dibattiti con poco costrutto.
Ciò che sarebbe stato necessario non fu capito e non fu perseguito: dare solide radici alle organizzazioni periferiche perché potessero intervenire sulle questioni di pertinenza territoriale, fissare in numero esiguo le questioni da affrontare a livello nazionale, dare una forte impronta democratica alla organizzazione con un rispetto rigoroso delle regole concordate.
Certo, io ragiono con il “senno di poi” e forse trascuro la temperie emotiva che dominava sempre le discussioni e che procurava forti tensioni tra i protagonisti di quella stagione. Si potrebbe dire che proprio la loro vibratile sensibilità, che nasceva dal fatto di convivere quotidianamente con una malattia insidiosa e subdola, quando ancora non esistevano o erano in fase di avvio le terapie attuali, fu la causa principale che ostacolò la nascita e il ragionato sviluppo di un associazionismo creativo e produttivo.
L’importante sarebbe poter far tesoro di quella esperienza e non ricadere più negli errori che hanno esaurito quel generoso ma confuso percorso.
Purtroppo, invece, a distanza di molti anni dalla dissoluzione della “Lega italiana per la lotta contro le emopatie ed i tumori dell’infanzia”, nulla di concreto si intravede all’orizzonte e si constata ancora quella fibrillazione degli animi che ha procurato solo disillusioni.
Ogni tanto leggiamo su “EX” qualche perorazione e qualche accorato appello alla ricostituzione di una organizzazione nazionale dei talassemici. Ma sembrano solo esercitazioni sentimentali per sentirsi in pace con i propri desideri. Non abbiamo mai letto l’indicazione di un progetto operativo, in cui siano chiaramente elencate le cose da fare. Tutto viene sempre rinviato ad una riunione da indire con la partecipazione di tutte le associazioni esistenti, in cui inevitabilmente, come tante volte è successo, la babele delle lingue dimostrerà l’impossibilità di mettersi d’accordo su un programma minimo.
Malgrado l’esperienza stia lì, come un macigno, a segnalare le strade impraticabili, si continua ad insistere sulle solite procedure. Non solo. Ho letto recentissimamente che sarebbe ora che i ‘vecchi’ (i genitori) lasciassero il passo ai ‘giovani’ (i loro figli). A parte il fatto che, per quanto ne so, i genitori hanno sempre auspicato che i loro figli ne prendessero il posto, affermazioni di tal genere rivelano nuove velleità e scarso senso operativo e segnalano chiaramente che un “gruppo dirigente” non è neppure in formazione, quando occorrerebbe invece poter già contare su “personalità” formate e solo ansiose di scendere in campo.
Tanti talassemici sono ormai adulti, con titolo di studio elevato, professionalmente impegnati in tanti settori, a conoscenza dei problemi che si dovrebbero affrontare.
Il mio sommesso consiglio è questo: i più motivati si incontrino per una volta e poi si tengano in stretto contatto con i mezzi che la moderna tecnologia consente, stendano un programma di pochi punti e propongano una forma snella di organizzazione. Con coraggio, con forza, con determinazione, ma anche senza irrigidimenti, impegnandosi al rispetto severo delle regole che saranno concordate, si ‘offrano’come “gruppo dirigente” e poi chiamino a raccolta tutte le persone di buona volontà, senza distinzione di generazione, e, utilizzando l’aurea arte della mediazione, tengano fortemente unito tutto il movimento, prendendo decisamente in mano il proprio futuro.
(“EX”, gennaio 2004)
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