Home Rubrica Anno 2006 Dialogo tra due amici talassemici

Ciao.
Ciao.
E' da un po' di tempo che non ci vediamo.
E' vero, sembra impossibile, eppure succede.
Quando abbiamo fatto l'ultima trasfusione insieme?
Sarà almeno un anno.
Bene, così avremo molte cose da raccontarci, se ne hai voglia.
Confesso che avrei voglia di dormire, ma ti rivedo volentieri e mi fa piacere parlare con te.
Come va il lavoro?
Non c'è male, e tu?
Anch'io non mi lamento. Non credo che il lavoro nobiliti l'uomo, come si dice, ma spesso mi chiedo che cosa farei se non ce l'avessi.
Hai ragione. Anche se non è tutto “rose e fiori”, serve molto e per molte ragioni.
Come stai?
Così così.
Presto avremo a disposizione un nuovo chelante orale. Se ne dice un gran bene. Spero che sia vero.
Perché di desferal ne ho le palle piene.
A chi lo dici! Speriamo che non ci siano controindicazioni per noi che non abbiamo potuto fare l'L1.
Speriamo.
Sarebbe molto bello se dalla ricerca scientifica venisse avanti qualcosa di risolutivo, ma io non ci credo molto.
Può darsi che per noi non arrivi in tempo. Avere quasi quarant'anni è una bella cosa perché significa che ci hanno curato bene, e che ci siamo curati bene, ma non è l'età migliore per sperare in cambiamenti radicali per la nostra vita. Penso però che la ricerca vada sostenuta.
Non sono molto d'accordo. Se non mi riguarda, perché me ne devo interessare?
Beh, innanzitutto perché non è escluso che qualche vantaggio ci possa arrivare e poi perché non possiamo sfuggire a un atto di solidarietà.
Che cosa vuol dire?
Non succede in Italia o in altri paesi sviluppati, ma in tante parti del mondo i bambini talassemici muoiono in tenera età per carenza di presidi sanitari. E poi considera che anche in Italia ci sono tanti talassemici con 10/15 anni meno di noi.
Non ci avevo pensato. Ma perché dovremmo preoccuparcene proprio noi che siamo ammalati?
Non è che dobbiamo pensarci dalla mattina alla sera, ma possiamo dare il nostro contributo perchè la scienza possa continuare le sue indagini. Chissà quante volte avrai dato un'offerta per aiutare persone in difficoltà. Ad esempio, in occasione di calamità naturali.
Sì, certamente, lo considero un dovere.
Ecco, fai la stessa riflessione nei confronti di chi condivide con noi questa malattia. Non pensi che sia doveroso farli sperare nel futuro?
Sì, sì, hai ragione e non mi tirerò indietro. Ma io non so a che punto sia la ricerca scientifica. Non so quali rimedi possa trovare contro queste scoccianti trasfusioni e soprattutto contro quella pompa che mi “rompe” quasi tutti giorni.
Io sono abbastanza informato perché sono socio dell'Associazione Veneta per la Lotta alla Talassemia di Rovigo e, ad ogni Assemblea, ho l'occasione di farmi qualche idea nuova. Per esempio, che è difficile per noi pensare a trapianti di cellule staminali.
Io invece brancolo nel buio. Mi vuoi dare tu qualche informazione?
Ti dicevo che non possiamo sperare nei trapianti di cellule staminali, sia di origine midollare che di sangue cordonale, perché alla nostra età abbiamo quasi tutti qualche complicanza e il rischio sarebbe troppo alto. Però la ricerca sulla terapia farmacologica e sulla terapia genica potrebbe riservarci qualche novità.
Chi sta facendo questi tipi di ricerca?
Per quanto riguarda l'indirizzo farmacologico, siamo fortunati perché giochiamo in casa. Proprio qui a Ferrara è nato nel 2000 un “Laboratorio di ricerca sulla terapia farmacologica della
talassemia”, che in modo abbreviato chiamano ThalLab.
Si trova all'interno dell'Ospedale?
Non proprio, ma è qui vicino, a circa cinquanta metri. Si trova presso il Dipartimento di Biochimica e Biologia Molecolare dell'Università di Ferrara.
Ma come fai a sapere tutte queste cose?
Te l'ho detto. Ne vengo a conoscenza durante le assemblee dell' AVLT . Ne vengo a conoscenza e poi vado a verificarle. Non so se tu usi il computer.
Sì, lo uso, ma solo per gioco e per passatempo.
Io, invece, ogni volta che in assemblea sento qualche novità, vado a controllarne la corrispondenza con le notizie che si trovano nei siti del ThalLab e dell'Associazione.
Me ne dai il nome?
www.avlt.it per l'Associazione e www.talassemiaricerca.unife.it per il ThalLab.
Senti, il sonno mi è passato e tu hai tanta voglia di chiacchierare. Mi dici che cosa sta facendo questo ThalLab?
L'obiettivo del ThalLab è l'induzione di emoglobina fetale.
Che roba è?
Come sai, noi dovremmo vivere con l'emoglobina adulta, che in noi però non c'è e per questo facciamo le emotrasfusioni. Ci resta invece un po' di emoglobina fetale, che si è formata nel periodo della gestazione. E' ormai sicuro che, aumentando in misura adeguata la nostra emoglobina fetale, potremmo fare una vita quasi normale, buttando alle ortiche trasfusioni e pompa.
Stento a crederlo! Sarebbe davvero una cosa favolosa!
In poco più di cinque anni, il ThalLab, che è diretto dal Prof. Roberto Gambari e che oggi può contare su un gruppo di lavoro di quasi venti persone, ha identificato molte molecole che potrebbero avere quella capacità di induzione, ma soprattutto ha scoperto che la stessa capacità potrebbero averla molecole contenute in farmaci orali già in commercio.
Spiegati meglio.
Queste ultime molecole hanno già superato le prove di tossicità e si potrebbe arrivare alla loro sperimentazione clinica in tempi brevi.
Potrei chiedere di parteciparvi?
Non andare così in fretta! Devo ancora dirti, per sottolineare il grosso lavoro che è stato fatto, che questi risultati hanno dovuto essere tutelati in brevetti e poi resi noti su importanti riviste scientifiche. Nel sito del ThalLab puoi trovare sia l'elenco dei brevetti depositati che l'indicazione delle riviste dove si possono trovare gli studi pubblicati.
Va bene, ma a me interessa la sperimentazione.
Nell'ultima assemblea dell' AVLT del 20 novembre scorso, il Direttore scientifico del ThalLab ci ha dato questa importante notizia: che, a breve, sarebbe stato chiesto al Comitato etico di un Ospedale italiano l'autorizzazione a sperimentare, su un piccolo numero di pazienti talassemici, una delle molecole già contenute in farmaci commercializzati.
Bello ! Ma sono già così avanti?
Stai calmo. Non montiamoci la testa. Può darsi che, al primo tentativo, non si ottengano gli esiti sperati. Importante però è incominciare. Questo fatto potrebbe indurre qualche industria
farmaceutica a promuovere una sperimentazione pluricentrica, con maggiori possibilità di approfondire e di verificare i risultati.
Perché allora non si affida la sperimentazione direttamente a una Casa farmaceutica?
La talassemia è considerata, ed è, rispetto a tante altre patologie, una malattia rara. Per questo non è facile il coinvolgimento di industrie farmaceutiche, che non ne avrebbero un grosso ritorno economico. Il ThalLab è però in contatto con diverse di loro, tra le più importanti al mondo. E confida di poterne ottenere l'interessamento.
Ma quella di cui mi hai parlato è l'unica molecola che si può sperimentare subito?
Ce n'è un'altra, che potrebbe essere provata e sulla quale sono stati depositati ben due brevetti, uno di invenzione e uno di applicazione di un metodo nuovo per il potenziamento dei suoi effetti. Anche per questa sono in corso contatti con Case farmaceutiche.
Speriamo bene.
Il ThalLab ha anche una importante collaborazione con il “Laboratorio di ricerca sulla terapia genica della talassemia” della Cornell University di New York, diretto dal Prof. Stefano Rivella . Lì si stanno creando topi transgenici con le principali mutazioni genetiche che si ritrovano nei pazienti talassemici italiani. Provando le molecole del ThalLab su questi topi, si potrà studiare il comportamento dei farmaci in vivo e si potranno eventualmente progettare farmaci diversi, tenendo conto delle molte mutazioni che ha subito il gene difettoso originario.
E' davvero imperdonabile la mia ignoranza! Hai ancora altre notizie da darmi sul ThalLab?
Il discorso potrebbe essere molto lungo ma, siccome la nostra prima sacca è finita, voglio solo aggiungere questo: uno dei brevetti riguarda una scoperta che potrebbe portare allo sviluppo di un farmaco molto innovativo nella terapia dell'osteoporosi. Ci riguarda quindi molto da vicino.
Ma tutto questo è conosciuto anche all'estero?
Certamente. Non solo da chi fa ricerca e legge le riviste scientifiche, ma anche dalle associazioni dei talassemici. Infatti, il TIF Magazine, il periodico quadrimestrale della “Thalassaemia International Federation”, ha pubblicato diversi reports del ThalLab. Proprio nell'ultimo numero c'è un report su una grossa novità. Non riguarda noi talassemici, ma la prevenzione della talassemia. Il ThalLab sta infatti mettendo a punto una metodica per la diagnosi prenatale non invasiva delle malattie genetiche, mediante un semplice prelievo di sangue periferico, ossia dalla vena di un braccio. I reports li puoi leggere anche nel sito del Laboratorio.
Senti un po', ma l' AVLT è l'unica associazione italiana che finanzia la ricerca farmacologica sull'induzione di emoglobina fetale?
Sì, è l'unica. Penso che ciò renda la sua attività ancora più meritoria, perché questa ricerca è la sola che può dare una risposta a tutti i talassemici e drepanocitici del mondo. Infatti, un farmaco si può fare arrivare facilmente ovunque.
Prima hai parlato anche di terapia genica. Su questa, cosa sai dirmi?
L' AVLT , da tre anni, sostiene finanziariamente il Laboratorio della Cornell, con cui intrattiene strettissimi rapporti. Attraverso le relazioni del Direttore del Laboratorio, l'Associazione Veneta conosce abbastanza bene lo stato della ricerca in questo campo.
Ti ascolto.
Il Prof. Rivella, assieme al Prof. Michel Sadelain , ha messo a punto negli anni scorsi il vettore che ormai tutti considerano come il più adatto a questo tipo di terapia.
Quindi, anche in questo campo, l' AVLT ha investito bene le sue risorse!
Penso proprio di sì.
Dicevi del vettore…
Il gruppo di ricerca del Prof. Philippe Leboulch ne ha preannunciato l'uso a breve scadenza. Verrebbe impiegato in una sperimentazione clinica, che dovrebbe aver luogo fra non molto a Parigi.
Anche su questo versante sono quindi arrivati molto avanti!
I percorsi verso la sperimentazione clinica sono vari. Il Prof. Leboulch vi arriva direttamente dai topi, perchè gli è consentito dalle leggi francesi. Il Prof. Sadelain invece, dopo i topi, ha provato il vettore sui primati, perché così gli imponeva la legge statunitense. I risultati non sono stati quelli sperati, perché il vettore è penetrato in pochissime cellule e ciò non ha consentito di analizzarne il comportamento. Ora non si sa se ci riproverà o se la legge degli Stati Uniti gli consenta, visto l'esito sui primati, di passare direttamente sull'uomo. Il Prof. Sadelain ha comunque annunciato che punta a stabilire un protocollo per dare inizio alla  fase I dello studio clinico.
E il Prof. Rivella che cosa sta facendo?
Il Prof. Rivella ha affidato il vettore al Prof. Eitan Fibach della Hebrew University di Gerusalemme (con il quale anche il ThalLab ha uno stretto rapporto) perché lo provi in vitro su cellule di pazienti talassemici trasfusi in quella città. La stessa cosa sta facendo lui stesso su cellule di pazienti talassemici in terapia trasfusionale presso la Cornell. L 'obiettivo è quello di dosare il vettore per ogni tipo di talassemia e di consegnarlo quindi, a chi farà sperimentazione clinica, già selezionato per i vari tipi di mutazione.
Chi starà facendo meglio?
Non lo so. Una cosa però mi sembra certa: il Prof. Rivella lavora con molta prudenza e questa è una garanzia per gli ammalati.
Se tu potessi influenzare le scelte dei gruppi che fanno ricerca sulla terapia genica, che cosa suggeriresti?
Di parlarsi, di condividere un po' di più il loro lavoro, perché importante non è arrivare primi, ma giungere al traguardo nella massima sicurezza possibile.
Da quello che mi hai detto, mi si è formata in mente una bellissima immagine: vedo i talassemici e i drepanocitici di tutto il mondo che, in un determinato giorno, a una determinata ora, assumono tutti, in contemporanea, un nuovo farmaco che dà una svolta alla loro vita!
Davvero bella!
Per la terapia genica ho invece l'impressione che le cose stiano un po' diversamente…
Hai ragione. Assumere un farmaco è facile. Sottoporsi alla terapia genica sarà un po' più complicato, anche per i rischi che si correrebbero se prevalesse l'orientamento di eseguirla con la mielo-ablazione, ossia con la distruzione totale del midollo osseo del ricevente.
Ma se la sperimentazione clinica avesse successo, la terapia si potrebbe fare ovunque?
La terapia genica difficilmente potrebbe essere fatta ovunque, e contemporaneamente a tutti i talassemici. Ci sarebbero delle lunghe liste d'attesa e, quasi sicuramente, moltissimi talassemici non potrebbero neppure sperarvi, perché nei loro Paesi non ci sono strutture sanitarie adeguate. Dovrebbero eventualmente cercare di ottenerla lontano da casa.
Speriamo che questi problemi possano trovare una ragionevole soluzione.
Con tutti suoi limiti, questo indirizzo di ricerca è comunque importantissimo e bisogna sostenerlo.
Noi che cosa possiamo fare per aiutare l'intera ricerca scientifica sulla talassemia a continuare nelle sue indagini?
Te l'ho già detto. Occorre dare un piccolo contributo in denaro. L' AVLT lo ha proposto nella misura di quattordici centesimi al giorno, il che significa circa cinquanta euro all'anno. E' un piccolo sacrificio che merita di essere fatto. Io l'ho già fatto nel 2005; ora lo ripeterò per l'anno 2006.
Ma perché l' AVLT lo chiede a noi o alle nostre famiglie?
Per molti anni, l'Associazione Veneta ha fatto importanti “campagne di raccolta fondi”, che le hanno consentito, prima, di contribuire alla nascita del ThalLab e, poi, di sostenere notevoli spese di gestione del Laboratorio.
Come si fa a conoscere esattamente quanto ha raccolto e come ha utilizzato i fondi a disposizione?
Basta visitare il sito internet dell'Associazione, cercando alle pagine che riguardano appunto la raccolta fondi, i bilanci e il finanziamento della ricerca.
Non ha più intenzione di fare queste “campagne”?
Continuerà a farle, ma riesce sempre più difficile raggiungere i risultati del passato, perché le associazioni che si rivolgono ai cittadini per essere sostenute nella loro attività sono in continuo aumento.
E' questo quindi il motivo per cui ha deciso di rivolgersi ai talassemici e alle loro famiglie?
Certamente. L' AVLT lo ha fatto anche per una questione di moralità.
Che cosa significa?
Finora il contributo per la ricerca scientifica che interessa i talassemici è stato dato in prevalenza da cittadini che molto spesso neppure conoscevano la nostra malattia. Non sembra più moralmente possibile che questo continui.
Sono d'accordo. Con un atto di responsabilità, dobbiamo pensarci innanzitutto noi pazienti e le nostre famiglie. Ti assicuro che al più presto verserò la mia parte.
Cerca anche di convincere altri.
Non dubitare. Piuttosto, dimmi, l' AVLT riuscirà a continuare nel meritorio lavoro svolto finora?
Penso di sì. Il suo Presidente ha più di settant'anni e, sai, a quell'età lì…può succedere di tutto. Però nel Consiglio Direttivo ci sono persone molto brave e motivate.
Come è formato il Consiglio?
Oltre al Presidente, ci sono altri tre genitori, un volontario esterno e quattro talassemici. Tra questi ultimi, una signora con talassemia intermedia di cinquantasei anni (speriamo che non mi rimproveri alla prossima assemblea per aver rivelato la sua età) e tre talassemici maior, due donne e un uomo, tra i trenta e i quarant'anni.
Abbiamo finito anche la seconda sacca. Avverto l'infermiera.
D'accordo. Speriamo di poterci rivedere fra non molto e di poter riprendere la nostra conversazione.
Infermiera: Giovanotti, avete finito? Quanto avete chiacchierato…e con quanta serietà! Che cosa succede?
Noi scherziamo sempre ma , quando è ora, sappiamo anche essere molto seri …Ce ne andiamo. Arrivederci.
Infermiera: Arrivederci e un saluto alle vostre famiglie.
Ciao.
Ciao.

(“EX”, febbraio 2006)